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Che il cibo oggi esista per andare oltre la semplice nutrizione, che le strade del food siano diventate molteplici e che l’alimentazione sia ormai una vera e propria arte lo sappiamo e ne siamo tutti felici.

Una di queste strade è avere una forte funzione emotiva, nel senso che il cibo si connette alle emozioni. Un concetto che gli inglesi sintetizzano nella parola Comfort food che letteralmente significa cibo che da conforto, un’espressione che ormai usiamo anche noi italiani per indicare quel tipo di alimenti che ci regalo una sensazione di immediato benessere quando li guardiamo, compriamo e soprattutto mangiamo!

Ma dobbiamo fare una differenza tra il comfort food personale che ristora palato e spirito e il comfort food universale che risulta essere più o meno simile per tutti:
food
A sinistra abbiamo una serie di immagini di comfort food perlopiù sano mentre a destra vari esempi di junk food spazzatura. Make the difference!

Nel primo caso si parla di alimenti o piatti che soddisfano un bisogno emotivo, un piacere e che ristorano un ricordo nella mente e nel corpo di chi li consuma, un po’ come la Madeleine per Marcel Proust. Non si tratta di alimenti appartenenti all’immaginario universale ma di cibi specifici appartenenti perlopiù allo spettro personale.
Dunque non sono particolarmente elencabili anche se contestualizzando è possibile che in Italia sia di conforto un buon piatto di pasta fatta in casa con il ragù che richiama un pranzo in famiglia, un minestrone che può ricordarci di quando da bambini non volevamo proprio saperne e ora lo adoriamo o anche un boccone di pane fresco appena sfornato. Ma anche qualcosa di molto più personale come la cioccolata che rappresenta il cibo in cui ci siamo rifugiate quella volta in cui siamo state lasciate dal primo ragazzo!

Nel secondo caso invece rientrano tutti quegli alimenti che rispondono ai canoni dell’immaginario collettivo, che sono stati creati per ristorare la nostra anima e danneggiare il nostro fisico! Esempi di questo tipo sono un’hamburger con patatine fritte, un barattolo di nutella, un sacchetto di patatine salatissime confezionate e snack super calorici di vario genere. Ma qui ci fermiamo perché in questo modo stiamo abbandonando la strada del comfort food ed entrando in quella dello junk food che come ben sapete va sempre evitato a parte rarissime eccezioni.

Quindi bisogna distinguere il comfort food dal junk food e soprattutto darci delle regole per aggrapparci al nostro cibo di conforto quando ne abbiamo necessità fisica e mentale. Dobbiamo considerare quali cibi appartengo al nostro immaginario personale e consumarli con la frequenza adatta alla nostra alimentazione in modo tale che non intacchi l’equilibrio del nostro organismo.
Abbiamo però una buona notizia: il comfort food può essere riprogrammato!
Proprio per questa speciale connessione con i nostri ricordi e sensazioni di felicità o di tristezza, è possibile modificare il nostro personale comfort food e attribuire alle emozioni dei cibi nuovi. 

Un esempio per farvi capire cosa intendo: se un boccone di pane caldo appena sfornato ci ricorda quando da bambini la nonna ci portava a far la spesa con lei e le chiedevamo di staccarci un pezzo di pane caldo, oggi possiamo provare le stesse sensazioni staccando un pezzetto di pane appena sfornato fatto di farina integrale o ai cereali. Può non essere immediatamente la stessa cosa ma non sarà difficile abituare piccoli dettagli al nostro immaginario, andando a favore del nostro benessere e del nostro equilibrio in termini di emozioni e anche di nutrizione.

Quindi viva il comfort food ma quello sano!

 

Doris Pesce

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